Sharing economy “vera” & fundraising: quale rapporto?

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La riorganizzazione dell’economia è incredibilmente influenzata dai proprietari delle nuove piattaforme che stanno guadagnando sempre più capacità di influenza globale. Si stanno introducendo nuovi rischi in nuovi modi che provocano cambiamenti ad un ritmo molto più sostenuto di quello che è stato fatto dai proprietari delle fabbriche della rivoluzione industriale. Stiamo parlando della cosiddetta sharing economy che di sharing (termine inteso come vera condivisione) spesso non ha nulla.

I big data, algoritmi sempre nuovi e il cloud computing stanno cambiando la natura del lavoro ma la società civile può (e deve) avere voce sulla direzione di questo cambiamento.

Ci sono infatti molti esempi (a livello mondiale) in cui le cooperative e altri corpi intermedi, unitamente a piattaforme che, offrendo compensi equi ai lavoratori o “uno scopo etico” ai clienti, stanno effettivamente influendo sull’andamento dell’epocale mutamento che stiamo vivendo.

Non esiste solo la (legittima!) via della protesta di piazza contro, per esempio, Uber (che deve fare i conti con l’accusa di aggirare i regolamenti di mercato specialmente per quanto riguarda la tassazione e i diritti dei lavoratori). Un esempio è quello dell’azienda canadese Stocksy, che riunisce più di 900 fotografi e ridistribuisce il 90 per cento dei profitti agli artisti. Loconomics adotta un approccio simile:  si tratta di una cooperativa di proprietà di professionisti di servizi vari che opera con un rigoroso principio di un membro, un voto.

I fautori della “nuova economia” la chiamano Economia Creativa o Sharing economy, mentre i detrattori la chiamano Gig Economy. In realtà è bene precisare che Uber (visto che l’abbiamo citata) non è basata sulla “condivisione” infatti monetizza a beneficio dei suoi proprietari. Si differenzia fortemente dalla costruzione comune della conoscenza come Wikipedia o dalle iniziative open source software, come Linux e Apache, da cui il “economia della condivisione” ha tratto il suo nome.

Nei primi anni della rivoluzione industriale, governativi e titolari di aziende consideravano che il mercato sarebbe stato in grado di auto-correggersi i mali della società come la scarsa qualità del prodotto o il lavoro minorile. L’intervento del governo in genere sosteneva i padroni in nome della sicurezza pubblica e l’ordine. Decenni più tardi, dopo molte sofferenze grazie alle organizzazioni dei lavoratori, le riforme molto combattute sono state vinte. Certa sharing economy rischia di cancellare tutto.

Le nuove piattaforme digitali, tuttavia, sono di gran lunga diverse per portata, funzione e struttura. Google e Facebook sono conosciuti principalmente per le loro piattaforme digitali che offrono ricerca e social media, ma non possiamo dimenticare che forniscono anche l’infrastruttura per innumerevoli altri servizi utili alla costruzione di business. Amazon e eBay sono onnipresenti ed efficienti, ma Amazon Web Services fornisce gli strumenti essenziali ad innumerevoli altri per costruire le loro imprese.

Airbnb e Uber stanno costringendo a profondi cambiamenti più velocemente di quanto nuove leggi possano essere legiferate per proteggere una varietà di imprese già presenti sul mercato, e sono, al contempo, la causa del nuovo ordine dei mercati, delle modalità di lavoro, e della creazione di valore.

Questa “nuova economia” (la cosiddetta sharing economy) sta accelerando più velocemente di quanto le riforme possano correggerla.

Spetta alla società civile fare tutto il possibile (e il più velocemente possibile) per affrontare le crescenti disuguaglianze. Come?

Per esempio, Fairmondo mira a cambiare l’e-commerce con la creazione di un negozio online globale basato su una federazione di cooperative nazionali. Scalare tali modelli al fine di competere a livello globale è, naturalmente, una sfida.

La cooperativa locale australiana (a Dayleford Hepburn Wind Farm possiede e gestisce due turbine eoliche. Queste forniscono abbastanza energia pulita per più di 2.000 abitazioni nella comunità.Ciò dimostra la sostenibilità di tali modelli. [Perché non pensare a qualcosa del genere anche in Italia?]

Juno è una nuova startup che ha intenzione di competere con Uber che si prefigge di offrire ai suoi piloti il 50% del capitale societario trattenendo il 10% di ogni corsa rispetto al 20 – 25 % di Uber.

Esistono molti altri esempi di vera sharing economy.

La forza della società civile nel suo insieme (le ONP, le associazioni, le azioni di crowdfunding, gli investimenti e l’imprenditorialità sociale, le cooperative etc.) può offrire un contrappeso significativo alla crescita monopolistica delle corporation globali.

Crediamo che il fundraising, anche in virtù della sua capacità di creare relazioni, di curarle e di produrre un benefico effetto organizzativo sulle ONP debba ricoprire coscientemente questo compito.

Noi di Grimpo! intendiamo e facciamo fundraising in questo modo.

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